(Niente di tutto questo è stato scritto con l’intelligenza artificiale)
È mattino presto, forse il sonno ti ha già lasciato da un po’ per l’eccitazione (o la preoccupazione, specialmente se è la tua prima volta), e una voce gentile ti raggiunge attraverso la porta socchiusa:
“Inizia il primo giorno del nostro intensivo, quindici minuti alla prima Diade”
E così inizia, davvero.
Hai poco tempo: quanto serve per l’essenziale, ma non abbastanza per ripetere le abitudini congelate da una vita. C’è da andare in Stanza di Meditazione: gli occhi di qualcuno ti stanno aspettando.

Entri nella stanza meravigliosamente silenziosa e illuminata dall’alba, ed è lì ad accoglierti, il cuore dell’intensivo: due lunghe file di sedie, che si guardano. Se sei
una delle persone veloci, le trovi vuote, altrimenti ci sono già alcune/i praticanti ad aspettare la prima partner.
Per ognuno è diverso, ma io ho sempre vissuto questo momento con un entusiasmo incontenibile, con lo stomaco che si contrae, come se ridesse.
Ancora un giro veloce di istruzioni dal conduttore e si inizia:
“Chi guarda verso la finestra dà il comando”
E quasi in coro, tutta una fila lo pronuncia, ciò che scandirà i successivi tre giorni, come il rintocco di un grande orologio umano: “comunica l’emergere”.
Se sei dal lato che lo riceve, inizi. Hai cinque minuti, cinque minuti totalmente tuoi, di attenzione indivisa. Anche solo questo, per qualcuno, è una novità assoluta nella vita. Già questo è di una potenza indescrivibile: cinque lunghi minuti per investigarti ad alta voce in un campo di puro conoscere.
Poi verrà il turno dell’altro, e sarai tu a dargli spazio, a donargli l’esperienza di essere visto e tenuto, senza aspettative e senza condizioni. Solo totale reciprocità.
E così, a turno, per quaranta minuti.
La prima Diade del primo giorno è fatta; ne restano dieci.
Riesci a immaginarlo? Se non lo hai mai provato, non credo.
Se non ne abbiamo fatto esperienza, non possiamo immaginare cosa accade alla nostra mente (e alla relazione) quando passiamo tre giorni, dal mattino alla notte, a non fare altro che questo:
Comunicare l’emergere, negli occhi di un altro. Ascoltare un altro mentre si scopre ad alta voce. Ancora e ancora, con una mente sempre più chiara e un cuore sempre più aperto.
Attraversando insieme l’emergere di ciò che abbiamo per mesi o anni tenuto al di fuori della nostra esperienza, reintegrando ciò che ci divide da noi stessi, osservando con crescente chiarezza come funzioniamo, fino a ritrovarci in un silenzio privo di increspature. Finché non resta altro che un puro riconoscersi.
Fino a ritrovarci, insieme, nell’infinito vuoto che costituisce la sostanza che ci unisce.
Il nulla che si manifesta in infiniti occhi attraverso cui guardare se stesso.
E non ci arriviamo facendo un salto che ci porta al di là di ciò che effettivamente siamo qui, nel mondo “reale”, in cui parliamo con i nostri familiari, in cui facciamo la spesa e in cui c’è una guerra dietro l’altra.
Questo è un rischio che non possiamo permetterci. Non vogliamo essere dei “Buddha” fintanto che non ci parla nostra madre.
Non vogliamo lasciare niente “dall’altra parte”. O, meglio, non vogliamo che resti qualcosa a farci vivere come se “un’altra parte” esistesse.
Vogliamo ritrovarci “lì” con tutto il nostro essere: mente, psiche, personalità, abitudini, relazioni, codice fiscale. Vogliamo che tutta la nostra vita possa essere permeata da quella leggerezza. E vogliamo che quella leggerezza possa irradiarsi attraverso tutto ciò che facciamo.
Per questo ci arriviamo così: progressivamente, attraverso la relazione e attraverso il contenuto della mente. Ci arriviamo attraverso la dimensione in cui siamo costantemente immersi (interazioni umane basate sul linguaggio), così che possano annullarsi le distanze fra ciò che siamo e come viviamo.
Ed è per questo che nella nostra Diade comunichiamo l’emergere. Nel farlo, non ci limitiamo a comunicare il contenuto, ma manteniamo lo sguardo investigativo tipico della vipassanā. Fare questo ci permette di estendere la capacità di destrutturare l’esperienza e vederla nella sua natura impersonale e impermanente, e di trovare la chiarezza trasformativa di una pratica profonda anche mentre ci ingaggiamo con il contenuto delle nostre vite.
A volte, nel campo della meditazione si sente dire che “lasciando che l’acqua si calmi, lo sporco si sedimenta e torna limpida”.
L’ho usata anch’io in passato, ma ora la trovo fuorviante.
L’unica opzione per fare in modo che l’acqua resti calma è non toccarla, ma non viviamo così, immobili e in silenzio. Viviamo nel caos del mondo, costantemente in relazione. E noi vogliamo trovare la pace lì, non soltanto in monastero.
La Diade ci permette di scoprire, per via esperienziale, che l’acqua è sempre acqua. Che la sua limpidezza è sempre la stessa indipendentemente da quanto la agitiamo.
Nella Diade facciamo questo, infatti: agitiamo l’acqua (entriamo in relazione attraverso il contenuto) e l’osserviamo così, finché ci accorgiamo che non c’è differenza, non c’è mai stata. Ed è così che si porta la meditazione nella vita.
Quando ho fatto il mio primo intensivo, nel 2018, già studiavo psicologia ed ero interessato a comprendere l’essenza della terapia e della meditazione, e avevo un’inclinazione per la ricerca.
Appena ho assaggiato questo processo, ho pensato “Questa cosa è da studiare scientificamente”
Oggi lo sto facendo.
Le scienze cognitive (in particolare l’approccio enattivo di Varela, Thompson, Rosch, 1991) ci dicono che la mente non è chiusa nella testa, ma emerge dalle relazioni dinamiche tra agenti incarnati e il loro contesto fisico e sociale. Per capire la mente, dobbiamo pensare in termini di ecosistemi cognitivi (Hutchins, 2010).
Questo tipo di processo, in cui un gruppo di esseri umani inizia ad agire, attraverso la comunicazione, come quegli stormi che volano in modo straordinariamente ordinato, quasi ipnotico, pur senza che i singoli uccelli sappiano dove stanno andando (Rosas et al., 2020), ci permette di osservare da dentro cos’è l’intelligenza della natura (Rogers, 1979).

Cosa capirebbero di loro stessi, gli uccelli, se potessero comprendere la danza intelligente dello stormo?
Questo processo ci permette di sperimentare direttamente cosa la mente è davvero e di vivere direttamente la natura essenzialmente relazionale di tutta la nostra esistenza.
E questa esperienza cambia tutto. Non è arrivare a un logico “siamo tutti uno” o “non esiste un io”, ma è viverlo con tutto il nostro corpo, in un’esperienza condivisa. È poterlo portare a casa.
Vieni ad assaggiare la tua vera natura e a crearle un ponte perché possa viversi a pieno nel mondo?
In questi giorni sono in ritiro in Nepal, tornerò raggiungibile dai primi di aprile. Nel frattempo, non esitare a fissare una chiamata conoscitiva dal link che trovi nella pagina del ritiro.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Hutchins, E. (2010). Cognitive Ecology. Topics in Cognitive Science, 2, 705–715. https://doi.org/10.1111/j.1756-8765.2010.01089.x
Rogers, C. R. (1979). The Foundations of the Person-Centred Approach. 8.
Rosas, F. E., Mediano, P. A. M., Jensen, H. J., Seth, A. K., Barrett, A. B., Carhart-Harris, R. L., & Bor, D. (2020). Reconciling emergences: An information-theoretic approach to identify causal emergence in multivariate data. PLOS Computational Biology, 16(12), e1008289. https://doi.org/10.1371/journal.pcbi.1008289
Varela, F. J., Thompson, E., & Rosch, E. (1991). The embodied mind: Cognitive science and human experience (pp. xx, 308). The MIT Press.